Avevo sessantacinque anni e da mesi le mie notti erano diventate un tormento. Il medico mi aveva prescritto un sonnifero potentissimo, l’unico capace di farmi cadere in un sonno così profondo da non distinguere più sogno e realtà al risveglio. Senza quelle pillole era impossibile chiudere occhio; con esse, invece, sprofondavo in un buio totale, come se il mondo intero scomparisse fino al mattino.
Mia moglie si assicurava sempre che prendessi la dose completa. Non c’era sera in cui non si sedesse accanto a me con il bicchiere d’acqua in una mano e la pillola nell’altra, osservando attentamente che la ingoiassi. Anche mio fratello, che viveva con noi da quando aveva perso sua moglie, ripeteva continuamente che «un buon riposo è la medicina migliore». All’inizio pensavo fosse semplice premura. Con il tempo, però, qualcosa in quella loro insistenza cominciò a sembrarmi… eccessivo. Quasi morboso.

Una notte, mentre mi preparavo per andare a letto, mi accorsi che avevo dimenticato la bottiglia d’acqua in cucina. Scesi le scale lentamente, come faccio sempre quando tutti dormono. Ma quando spinsi la porta della cucina, vidi mia moglie e mio fratello scattare indietro come due ragazzini sorpresi a fare qualcosa che non dovevano.
— Non dormi ancora? — chiese lei con un tono troppo teso per essere casuale.
— Avevo dimenticato l’acqua.
Nessuno dei due disse altro. Tornai nella mia stanza, ma il sonno non arrivò. Quel loro sguardo impaurito, quel movimento brusco… erano segnali troppo chiari. Si stavano nascondendo da me, e qualunque cosa fosse, aveva a che fare proprio con le pillole.
Fu allora che decisi di capire.
La notte seguente, quando mia moglie mi porse il bicchiere, portai la pillola alle labbra, feci finta di ingoiarla e poi, con un movimento rapido, la nascosi sotto la lingua. Lei non se ne accorse. Attraverso la porta socchiusa vidi lei e mio fratello sussurrare qualcosa, poi allontanarsi verso il soggiorno. Aspettai qualche minuto, il cuore che batteva troppo forte per la mia età, e poi mi alzai.
Senza fare rumore, scesi nel corridoio e mi avvicinai alla cucina. Da dietro la porta arrivavano voci basse, come se stessero discutendo qualcosa di proibito. Mi avvicinai ancora un po’, e quando vidi la scena, un brivido mi attraversò la schiena.
Mia moglie e mio fratello erano seduti al tavolo. Davanti a loro non c’erano tazze o piatti, ma documenti: un mucchio intero. Una cartellina spessa, un’altra aperta a metà, pagine sparse. Mia moglie aveva le mani che tremavano mentre sfogliava quei fogli, e mio fratello le parlava a bassa voce indicando alcune righe.
— E allora? — chiedeva lei. — Quanto tempo pensi che reggerà?

— Non molto. Le pillole lo stancano ogni giorno di più. Si sveglia sempre più debole.
Mi appoggiai al muro per non cadere. Stavano parlando di me.
— L’importante — continuò mio fratello — è che non cominci a sospettare. Dobbiamo finire tutto prima che apra gli occhi.
“Finire cosa?”, pensai. Il sangue mi martellava nelle orecchie.
Mia moglie aprì un’altra cartellina. Riconobbi il contenuto immediatamente: una copia del mio testamento, quello firmato anni fa. Accanto, però, ce n’era un altro. La mia firma era lì, identica… o quasi. Sembrava fatta da una mano che imitava la mia, non dalla mia mano vera.
— Domani portiamo questo dal notaio — disse mio fratello. — È convinto che tu ti prenda cura di lui da anni. Vedrai che non farà troppe domande. Diremo che è stato tuo marito stesso a chiedere di aggiornare tutto.
— E se lui dicesse di no? — sussurrò mia moglie. — Se per caso si accorge di qualcosa?
— Non si accorgerà — rispose mio fratello. — Lo hai visto ieri sera: sembrava ubriaco. Le pillole funzionano. E se continuiamo ad aumentare la dose, presto non riuscirà più nemmeno ad alzarsi.
Sentii un gelo salirmi lungo la schiena. Prendere il mio testamento. Riscriverlo. Rubare la mia casa, i miei risparmi, tutto ciò che avevo costruito in una vita. Ma il peggio doveva ancora arrivare.
— E il suo cuore? — chiese mia moglie in un sibilo quasi impercettibile. — Reggerà una dose doppia tutte le sere?
Mio fratello tacque un attimo, poi disse, freddissimo:
— Non deve reggere.

Quella frase mi trapassò come un coltello. Non era più solo inganno. Non era più avidità. Era un piano. Un piano per liberarsi di me.
Mi appoggiai allo stipite della porta perché il mondo stava girando. Sessantacinque anni, qualche problema di salute, un sonnifero forte… e la morte poteva sembrare “naturale”. E loro questo volevano: una morte silenziosa, lenta, che nessuno avrebbe messo in discussione.
Mi ritrassi piano, cercando di non fare alcun rumore. Tornai in camera, mi sdraiai e tirai le coperte fin sopra il viso. Meno di un minuto più tardi li sentii salire le scale. Il cuore mi martellava così forte da temere che lo sentissero.
La porta si aprì piano.
— Guarda come dorme — sussurrò mia moglie. — Poverino… tra poco si riposerà davvero.
Sentii il tintinnio del bicchiere appoggiato sul mio comodino. L’acqua dentro aveva un odore leggermente dolciastro: la pillola si era sciolta.

— Dagli un’altra domani sera — disse mio fratello. — Dopo domani dovrebbe essere abbastanza debole. Sarà il momento di chiamare il dottore. Diremo che si è sentito male all’improvviso.
Silenzio.
Poi la frase che non dimenticherò mai:
— Non preoccuparti — mormorò mia moglie. — Nessuno sospetterà di noi. È solo un vecchio malato.
La porta si chiuse.
Solo allora aprii gli occhi.
E capii che se volevo vivere, avrei dovuto scappare. Quella stessa notte.

Un giorno decisi di non prendere i sonniferi che mi avevano dato mia moglie e mio fratello per poter vedere cosa facevano mentre dormivo: quello che vidi mi fece davvero inorridire…
Avevo sessantacinque anni e da mesi le mie notti erano diventate un tormento. Il medico mi aveva prescritto un sonnifero potentissimo, l’unico capace di farmi cadere in un sonno così profondo da non distinguere più sogno e realtà al risveglio. Senza quelle pillole era impossibile chiudere occhio; con esse, invece, sprofondavo in un buio totale, come se il mondo intero scomparisse fino al mattino.
Mia moglie si assicurava sempre che prendessi la dose completa. Non c’era sera in cui non si sedesse accanto a me con il bicchiere d’acqua in una mano e la pillola nell’altra, osservando attentamente che la ingoiassi. Anche mio fratello, che viveva con noi da quando aveva perso sua moglie, ripeteva continuamente che «un buon riposo è la medicina migliore». All’inizio pensavo fosse semplice premura. Con il tempo, però, qualcosa in quella loro insistenza cominciò a sembrarmi… eccessivo. Quasi morboso.
Una notte, mentre mi preparavo per andare a letto, mi accorsi che avevo dimenticato la bottiglia d’acqua in cucina. Scesi le scale lentamente, come faccio sempre quando tutti dormono. Ma quando spinsi la porta della cucina, vidi mia moglie e mio fratello scattare indietro come due ragazzini sorpresi a fare qualcosa che non dovevano.
— Non dormi ancora? — chiese lei con un tono troppo teso per essere casuale.
— Avevo dimenticato l’acqua.
Nessuno dei due disse altro. Tornai nella mia stanza, ma il sonno non arrivò. Quel loro sguardo impaurito, quel movimento brusco… erano segnali troppo chiari. Si stavano nascondendo da me, e qualunque cosa fosse, aveva a che fare proprio con le pillole.
Fu allora che decisi di capire.
La notte seguente, quando mia moglie mi porse il bicchiere, portai la pillola alle labbra, feci finta di ingoiarla e poi, con un movimento rapido, la nascosi sotto la lingua. Lei non se ne accorse. Attraverso la porta socchiusa vidi lei e mio fratello sussurrare qualcosa, poi allontanarsi verso il soggiorno. Aspettai qualche minuto, il cuore che batteva troppo forte per la mia età, e poi mi alzai.
Senza fare rumore, scesi nel corridoio e mi avvicinai alla cucina. Da dietro la porta arrivavano voci basse, come se stessero discutendo qualcosa di proibito. Mi avvicinai ancora un po’, e quando vidi la scena, un brivido mi attraversò la schiena.
Mia moglie e mio fratello erano seduti al tavolo. Davanti a loro non c’erano tazze o piatti, ma documenti: un mucchio intero. Una cartellina spessa, un’altra aperta a metà, pagine sparse. Mia moglie aveva le mani che tremavano mentre sfogliava quei fogli, e mio fratello le parlava a bassa voce indicando alcune righe.
— E allora? — chiedeva lei. — Quanto tempo pensi che reggerà?
— Non molto. Le pillole lo stancano ogni giorno di più. Si sveglia sempre più debole.
Mi appoggiai al muro per non cadere. Stavano parlando di me.
— L’importante — continuò mio fratello — è che non cominci a sospettare. Dobbiamo finire tutto prima che apra gli occhi.
“Finire cosa?”, pensai. Il sangue mi martellava nelle orecchie.
Mia moglie aprì un’altra cartellina. Riconobbi il contenuto immediatamente: una copia del mio testamento, quello firmato anni fa. Accanto, però, ce n’era un altro. La mia firma era lì, identica… o quasi. Sembrava fatta da una mano che imitava la mia, non dalla mia mano vera.
— Domani portiamo questo dal notaio — disse mio fratello. — È convinto che tu ti prenda cura di lui da anni. Vedrai che non farà troppe domande. Diremo che è stato tuo marito stesso a chiedere di aggiornare tutto.
— E se lui dicesse di no? — sussurrò mia moglie. — Se per caso si accorge di qualcosa?
— Non si accorgerà — rispose mio fratello. — Lo hai visto ieri sera: sembrava ubriaco. Le pillole funzionano. E se continuiamo ad aumentare la dose, presto non riuscirà più nemmeno ad alzarsi.
Sentii un gelo salirmi lungo la schiena. Prendere il mio testamento. Riscriverlo. Rubare la mia casa, i miei risparmi, tutto ciò che avevo costruito in una vita. Ma il peggio doveva ancora arrivare.
— E il suo cuore? — chiese mia moglie in un sibilo quasi impercettibile. — Reggerà una dose doppia tutte le sere?
Mio fratello tacque un attimo, poi disse, freddissimo:
— Non deve reggere.
Quella frase mi trapassò come un coltello. Non era più solo inganno. Non era più avidità. Era un piano. Un piano per liberarsi di me.. ..👇 👇 Continua nel primo commento sotto la foto 👇👇
