Dal salotto arrivava il tono acceso della madre:
— Igor, nostra figlia non ci ascolta più! Non capisco dove abbiamo sbagliato… Le abbiamo dato sempre il meglio, fin da bambina. Non le abbiamo mai fatto mancare nulla!
Zlata, diciassette anni appena compiuti, se ne stava seduta sul letto, il libro aperto tra le mani. Di tanto in tanto una lacrima cadeva sulle pagine. Non capiva perché la rimproverassero: ogni giorno studiava fino allo sfinimento, solo per essere all’altezza delle loro aspettative.

“La mia infanzia è stata rovinata…” pensava. “Mi hanno cresciuta nell’idea che dovevo essere perfetta. E ora eccomi qui: sola, prigioniera della mia autocritica e della paura di non essere mai abbastanza. Niente amici, niente amori… a diciassette anni vivo come in una bolla.”
Zlata era sempre stata timida; l’ossessione per la perfezione aveva reso il suo sguardo ancora più severo verso se stessa. Si paragonava a tutti e, nella sua mente, perdeva sempre: non abbastanza intelligente, non abbastanza bella, non abbastanza talentuosa. Le sue paure le legavano le mani e il cuore.

Fin da piccola le avevano ripetuto: “Devi essere la prima in tutto.” La scuola di musica, iniziata a sei anni, andava conclusa con lode. A scuola, solo voti perfetti. E in casa, ordine impeccabile.
— Zlata, com’è possibile che tu abbia preso un sette alla verifica? — chiedeva la madre con voce rigida.
— Era difficile per tutti… — rispondeva lei, cercando di non farla arrabbiare.

— Per tutti? E Lisa ha preso dieci! Una vera eccellenza! Devi impegnarti di più. Una settimana senza telefono, così recuperi. Devi essere la migliore!
Quando tornava da scuola, vedeva i coetanei giocare in cortile.

— Mamma, posso uscire un po’?
— Di nuovo con queste storie? No. Lo sai, hai un programma pieno. Se esci adesso, non finisci i compiti… né quelli di scuola, né quelli di musica.
Così passavano i giorni, gli anni: senza giochi, senza amiche. Ma con coppe e diplomi che brillavano sullo scaffale, comprati con il prezzo dei suoi sogni.

— Mamma… sei stata tu a salvarmi! — mormorò Zlata con la voce che tremava. — Ascoltavo ogni suono della tua voce e lo seguivo, come si segue una luce nel buio…
Dal salotto arrivava il tono acceso della madre:
— Igor, nostra figlia non ci ascolta più! Non capisco dove abbiamo sbagliato… Le abbiamo dato sempre il meglio, fin da bambina. Non le abbiamo mai fatto mancare nulla!
Zlata, diciassette anni appena compiuti, se ne stava seduta sul letto, il libro aperto tra le mani. Di tanto in tanto una lacrima cadeva sulle pagine. Non capiva perché la rimproverassero: ogni giorno studiava fino allo sfinimento, solo per essere all’altezza delle loro aspettative.
“La mia infanzia è stata rovinata…” pensava. “Mi hanno cresciuta nell’idea che dovevo essere perfetta. E ora eccomi qui: sola, prigioniera della mia autocritica e della paura di non essere mai abbastanza. Niente amici, niente amori… a diciassette anni vivo come in una bolla.”
Zlata era sempre stata timida; l’ossessione per la perfezione aveva reso il suo sguardo ancora più severo verso se stessa. Si paragonava a tutti e, nella sua mente, perdeva sempre: non abbastanza intelligente, non abbastanza bella, non abbastanza talentuosa. Le sue paure le legavano le mani e il cuore.
Fin da piccola le avevano ripetuto: “Devi essere la prima in tutto.” La scuola di musica, iniziata a sei anni, andava conclusa con lode. A scuola, solo voti perfetti. E in casa, ordine impeccabile.
— Zlata, com’è possibile che tu abbia preso un sette alla verifica? — chiedeva la madre con voce rigida.
— Era difficile per tutti… — rispondeva lei, cercando di non farla arrabbiare.👇 👇 Continua nel primo commento sotto la foto 👇
